Meditazione Vipassana

Meditazione Vipassana Nascita e significato

Con l’espressione meditazione vipassana si intende una pratica di riflessione buddista originatasi nel VI secolo a.C., il cui obiettivo è scoprire la nostra vera natura, in modo da comprendere e padroneggiare la nostra felicita, la quale dipende solo da noi stessi.
Il termine che l’ha celebre in Occidente è midfulness.

Il termine pali vipassana deriva da una lingua primitiva collegata con il sanscrito e indica vedere distintamente o guardare dentro.

Questa è una delle più antiche pratiche di meditazione al mondo e deriva dalla tradizione buddista theravada. Era praticata dal Buddha circa 25 secoli fa, il quale dichiarò che grazie a questa aveva scoperto una tecnica ancora più primitiva. A seguito dell’illuminazione avuta nel 528 a.C., il Buddha impiegò i restanti 45 anni della sua vita istruendo il modo per evadere dalla sofferenza.

Per diversi secoli questa pratica ha prestato aiuto a milioni di individui in India, patria del Buddha. Dopo quasi 500 anni la pratica era quasi del tutto scomparsa, ma venne conservata fino ad oggi da una catena di insegnanti di meditazione del Myanmar (Birmania).

Regole morali della meditazione vipassana

Il punto di partenza di questa meditazione è vedere le cose come sono in realtà. Infatti questa pratica si sofferma maggiormente sul corpo e le caratteristiche annesse, per esempio: la postura, le sensazioni, la mente e le azioni spirituali.

La meditazione vipassana è un modo efficace e sistematico per decontaminare la mente da quello che è ragione di sofferenza e dispiacere.
Questa pratica di meditazione non si basa sull’invocazione di uno spirito, un Dio o altre entità esterne, ma si basa essenzialmente su quelli che sono i nostri sforzi.
Questa tecnica può anche essere vista come un sesto senso acquisito per distinguere come mente e materia sono composti, cioè: insoddisfacenti, transitori e indeterminati.

Con un esercizio perpetuo è possibile liberare la mente decontaminandola da tutti gli aspetti di attaccamento materiale che sono stati sempre presenti durante tutta la nostra vita.
Eliminando questo attaccamento desiderio e illusione vengono stemperati.
Il Buddha aveva rilevato fattori come il desiderio l’ignoranza, come le più grandi fonti di dispiacere.
Eliminando completamente questi due fattori, per la nostra mente sarà possibile raggiungere qualcosa di persistente, definibile come una felicità eterna e sovrumana (chiamata Nibbana in Pali).
Questa pratica di meditazione ha a che fare con l’istante presente che stiamo vivendo e prevede di restare nel qui e ora per il tempo più lungo possibile.
La meditazione vipassana è formata dall’osservazione del corpo (rupa) e il pensiero (nama) con molta concentrazione.

Osservare tramite l’inganno dei sensi

Il termine vipassana può essere scomposto in due entità distinte. Passana significa vedere ovvero percepire. Mentre il prefisso vi ha molteplici significati, tra i quali troviamo attraverso.
La percezione Vipassana dissipa illusione nella nostra mente, consentendoci di vedere le cose che ci circondano scomposte nelle loro singole componenti.
La separazione è uno dei capisaldi di questa meditazione poiché l’intuizione separa la verità convenzionale dalla realtà ultima.
Vedere attraverso presuppone che vi sia un procedimento coinvolgente che duri tutta la giornata senza limitarsi all’istante in cui pratichiamo la meditazione vipassana. È necessario quindi avere cognizione di tutto ciò che si fa in ogni momento, comprendendo ogni sensazione che proviene dalla nostra energia mentale.
L’atteggiamento indispensabile per comprendere se vi sono sentimenti negativi, come la paura, rabbia o istinti precipitosi.
Quando ci facciamo opprimere da queste emozioni, il nostro ritmo respiratorio si altera, un chiaro segnale che indica che qualcosa non va.
Il secondo aspetto fondamentale su cui si basa questa tecnica è la capacità di comprendere il momento in cui ci troviamo in questa condizione, sulla base dei segnali profusi dal nostro corpo.
Grazie alla pratica possiamo acquisire un potente strumento che ci consentirà di prendere e mantenere il controllo delle emozioni che dominano la nostra mente e convertirle in semplici sequenze di avvenimenti senza subirne l’oppressione, facendo svanire tutte le negatività e impurità mentali che ci tormentano.

Come praticare la meditazione vipassana

Il punto di partenza per immergersi in questa tecnica di meditazione è sviluppare la concentrazione, tramite la pratica samatha. L’obiettivo si può considerare raggiunto grazie alla consapevolezza della respirazione.
Per raggiungerlo è necessario concentrare l’attenzione, di volta in volta, sul ritmo del nostro respiro, prestando attenzione alla percezione del movimento dell’addome, che si alza e si abbassa ritmicamente. Oppure è anche possibile concentrarsi sulla percezione dell’aria che sfiora le nostre labbra uscendo attraverso le narici, bisogna captare l’aria il più profondamente possibile.

Durante la focalizzazione della vostra attenzione sul respiro, sarà possibile notare che le altre percezioni e sensazioni continuano ad affiorare, come: suoni, emozioni movimenti del corpo, ecc…
Bisogna osservare come queste manifestazioni emergano dal campo della nostra consapevolezza, tornando poi a focalizzarci sulla percezione della respirazione.
La respirazione è quindi l’elemento principale che ci permette di mantenere la nostra concentrazione, gli altri pensieri o sensazioni sono assimilabili a dei rumori di sottofondo.
L’oggetto principale della tecnica di meditazione (in questo caso il movimento dell’addome) viene chiamato oggetto primario.
Si definisce oggetto secondario ogni altro elemento che compare nel nostro campo di percezione, tramite i cinque sensi o tramite la mente (considerazioni, memorie o sensazioni).
Quando un oggetto secondario interferisce con la nostra attenzione distorcendola, facendo apparire desideri o ostilità, bisogna concentrarsi su questo oggetto per qualche istante, classificandolo come se fosse una nota mentale, per esempio: riflessione, ricordo, desiderio o nervosismo. Questa pratica è conosciuta come notazione.

La nota mentale identifica un elemento generico, senza addentrarsi nei particolari. Se un suono distoglie la nostra attenzione, dovremmo etichettarlo come udito (al posto di rumore, voci o versi di animale).
Nel caso in cui ci fosse una sensazione spiacevole, annotate dolore o sensazione al posto di mal di testa.
In questo modo sarà possibile riportare l’attenzione all’oggetto di meditazione primaria.

Durante questa fase sarà possibile acquisire la concentrazione di accesso, che consente di focalizzare tutta la nostra attenzione sull’oggetto primario della meditazione.
In questa fase dobbiamo osservare l’oggetto in questione senza legami troppo forti, consentendo a pensieri e sensazioni di nascere spontaneamente, per poi farli scomparire gradualmente.
La pratica dell’etichettatura mentale (come spiegato sopra) viene spesso utilizzata come metodo per non essere trasportato via da pensieri, riuscendo a osservarli concretamente.
Grazie a questo sarà possibile accrescere una chiara visione degli avvenimenti che osserviamo e che sono impregnati dei tre segni dell’esistenza: ipermenanza (annica), insoddisfazione (dukkha) e impersonalità (annata).
Infine troviamo l’equanimità, un grande sentimento di pace e libertà interiore che si evolverà naturalmente grazie all’immissione di questi input.


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